L’epidemia cinese e il principio di precauzione

Quello che emerge chiaramente dopo quasi due mesi dallo scoppio dell’epidemia del Coronavirus, denominata COVID-19 dall’Organizzazione mondiale della Sanità (WHO), è da un lato l’estrema difficoltà di avere informazioni certe da parte del Governo cinese sulla vera origine e sul reale decorso della malattia, dall’altro la constatazione di non possedere molte certezze scientifiche sulle modalità di azione di questo nuovo, ma non tanto, ceppo virale.

Sull’inattendibilità delle notizie che arrivavano dalla Cina e sulla scarsa trasparenza nella gestione della crisi epidemica è stata scritto molto: perfino il leader supremo, Xi Jinping, sembra fosse a conoscenza dell’epidemia almeno 2 settimane prima che ne fosse data notizia al pubblico, e nondimeno ha incolpato le autorità locali del mancato allarme.( https://edition.cnn.com/2020/02/17/asia/china-coronavirus-xi-jinping-intl-hnk/index.html)

Perchè in un primo tempo hanno escluso i casi di persone asintomatiche ma che erano risultati positivi ai test? Perché i cinesi hanno a lungo riferito dei casi diagnosticati in laboratorio, per poi, il 12 Febbraio, riportare anche sull’esistenza di 13000 casi diagnosticati clinicamente?

C’è la triste vicenda dei medici-martiri, come il Dr. Li Wenliang, redarguito dalle autorità per aver diffuso già a fine dicembre notizie “atte a turbare l’ordine sociale” e costretto a fare autocritica, morto pochi giorni fa insieme con altri 7 colleghi, dopoché milioni di post in suo favore erano stati cancellati dalle autorità.

Il rifiuto cinese, poi, di consentire l’accesso alle proprie strutture medico-ospedaliere a team di scienziati a ricercatori provenienti dall’estero, è quanto mai sintomatico e spiega l’irritazione e la sfiducia dimostrata dalle autorità americane.

Non parliamo poi dei tentativi ridicoli di paragonare  il COVID-19 alla SARS del 2002-3. L’immagine qui sotto è quantomai significativa e non ha bisogno di commenti.

Ricordiamo che l’azione di un’associazione quale ASTRI si concretizza anche nella lotta alla disinformazione scientifica imperante nei social media, alle fake news, alla logica perversa del NIMBY, all’uso distorto del Principio di precauzione.

Il Principio di precauzione è uno strumento di gestione politica del rischio a livello ambientale e igienico-sanitario, adottato già da tempo anche dall’Unione Europea, che si basa su due  elementi:

  • il riconoscimento dei potenziali rischi, sulla base di un’accurata analisi scientifica dei dati esistenti
  • l’impossibilità di escludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, la presenza dei rischi riconosciuti.

L’applicazione del Principio di precauzione deve essere sempre proporzionata al livello di protezione ricercato e regolata dell’esame dei vantaggi e oneri derivati. Deve inoltre considerarsi provvisoria e modificabile in funzione di nuovi dati o elementi di giudizio. Quello che invece non può avvenire è che si usi il Principio per bloccare sul nascere qualsiasi iniziativa in campo tecnico-scientifico. Se infatti si basa il Principio di precauzione non sulla disponibilità di dati che provino la presenza di un rischio, bensì sull’assenza di dati che assicurino il contrario, ecco che ci troviamo di fronte ad un uso distorto il Principio stesso, che non giova a nessuno, se non a qualche politicante o a qualche personaggio mediatico che cerca di aumentare la propria visibilità facendo leva sulle paure ancestrali della gente.

 In Italia purtroppo ciò è accaduto e continua ad accadere: basti pensare alla messa al bando dell’energia nucleare, imposto dai movimenti ecologisti in Italia e subito da tutti i Governi senza eccezioni, o alla controversa polemica innestata dai no-vax, che ha dato luogo a sentenze della magistratura basate su ricerche screditate, ma che alla fine ha portato, fortunatamente, ad una legislazione che impone 10 vaccinazioni obbligatorie per poter andare a scuola.

Nel caso del COVID-19 dobbiamo riconoscere invece che il Principio di precauzione ha trovato un’applicazione corrretta: il Governo Italiano ha fatto bene a bloccare i collegamenti aerei con la Cina, in difformità da altri Paesi Europei, e senza aspettare le lungaggini di una decisione comune dell’Unione Europea, come invece richiesto da alcuni operatori economici, preoccupati evidentemente molto più dalla conseguente perdita economica che non dalla salvaguardia della salute pubblica. Questo naturalmente non impedirà il rientro di alcune migliaia di cinesi in Italia attraverso altri canali (quarantena volontaria per loro? mah…il Ministero della Sanità non ha ancora deciso), ma almeno serve a mantenere uno stato d’allerta che è più giustificato, viste anche le incertezze in campo scientifico e tecnico.

Tra queste elenchiamo:

L’origine vera del virus: fondamentale per evitare la riproducibilità dell’epidemia in futuro, comprendere i meccanismi di trasmissione ecc.

Letalità e trasmissività

Perché colpisce prevalentemente gli anziani?

La trasmissività da individui asintomatici (portatori sani)

La sopravvivenza del virus su superfici di materiali inanimati

La possibilità di recidive

La tempistica per la preparazione dei vaccini (da 6 a 18 mesi)

L’evoluzione da epidemia a pandemia.

Su questi argomenti ritorneremo quanto prima in maggior dettaglio, convinti purtroppo che l’argomento Coronavirus sia destinato a campeggiare sulle prime pagine ancora a lungo.

                                                                                            Sergio Bartalucci

ASTRI in prima pagina su l’Opinione delle Libertà

Il 15 maggio 2018 è stato depositato presso l’Agenzia delle Entrate l’atto costitutivo di una nuova “Associazione di Scienziati e Tecnologi per la Ricerca Italiana” (Astri), che mira, come recita lo Statuto, a rappresentare “un punto d’ incontro, di discussione e di unione tra quanti – enti, istituzioni, imprese e persone fisiche – sono interessati allo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica e al trasferimento della conoscenza che ne deriva alla società civile in favore del progresso industriale, economico e sociale della Nazione italiana”.

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L’Europa non ha ancora perso la battaglia per l’Intelligenza artificiale. Ma è solo l’UE a crederlo

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L’Intelligenza Artificiale (AI): ecco un’altra sfida che l’Unione Europea è destinata a perdere, contro i giganti USA ma anche contro la Cina e perfino la Corea del Sud. Il funzionario UE fa l’ottimista, ma solo per il posto che occupa. Del resto quest’Europa di funzionari strapagati e di politici desiderosi di riciclarsi ci ha abituato da tempo a esternazioni vanagloriose e trionfalistiche, che poi manifestano tutta la loro inconsistenza alla prova dei fatti.
È lo stesso film già visto per l’Energia Nucleare, il GPS europeo (prog. Galileo), il Genoma umano, l’industria del fotovoltaico, le neuroscienze ( ved. ad es. “Scienza e Tecnologia: che cosa ha fatto l’Europa?) e per tutte le “disrupting technologies” che hanno reso gli altri paesi sempre più forti nello scenario mondiale. L’Europa non può più permettersi di condividere il proprio patrimonio intellettuale e di know how tecnologico con altri paesi, che sono molto più efficienti nel tradurre questi assets in innovazione e prodotti di mercato, che poi possono circolare liberamente anche da noi, e quasi esentasse, come fanno i colossi del Web, Amazon, Google, Facebook ecc. No, il sistema ”Porte aperte” è diventato proprio insostenibile